Partecipazione 2.0

In evidenza

Questo spazio è stato aperto per raccogliere contributi per immaginare, tutti assieme, come sarà la nostra Città nei prossimi decenni, a partire dal maggio 2019, allorché si rinnoverà la sua amministrazione.

La parola d’ordine è RESPONSABILITÀ. Una responsabilità ad ampio raggio, che tenga conto del contesto in cui siamo inseriti, sia in termini spaziali che temporali.

È vero che siamo un’isola, ma non siamo l’isola che non c’è di Peter Pan; siamo un territorio che deve interagire con il resto del mondo (a partire dalla prospiciente costa continentale fino all’UE) e che deve guardare al proprio lontano, importante passato per delineare un lungo ed altrettanto importante futuro.

Non c’è spazio, in queste pagine, per chi vuole piangersi addosso, per chi ama la polemica fine a se stessa, per chi non è disposto a prendersi, anche solo confrontandosi con gli altri a viso aperto (è bandito l’anonimato) il proprio pezzetto di responsabilità.

Quindi solo contenuti costruttivi, idee per migliorare, impegni concreti per andare avanti.

Buon Futuro a tutti!

Basta bottiglie di plastica, ma ASA faccia la sua parte

Scritto da Renato Corrado de Michieli VitturiSabato, 05 Gennaio 2019 10:26

Sempre più spesso vengo, io come immagino tutti, raggiunto da telefonate di addetti commerciali di varie aziende che cercano di vendermi beni e servizi di ogni tipo. Spesso taglio corto ma mi prendo e concedo qualche secondo in più quando si tratta di offerte che toccano temi ambientali quali energie rinnovabili, riduzione dei rifiuti ecc…


Tra questi ultimi ci sono quelli che offrono depuratori domestici per l’acqua, in grado di abbattere il cloro, le varie sostanze dannose nonché di erogarla sia a temperatura ambiente che fresca e persino frizzante. 
Il beneficio in termini di risparmio, rispetto all’acquisto di acqua in bottiglia, fatti due conti, è minimo o forse anche nullo, ma certamente l’utilizzo di questi apparecchi farebbe risparmiare un bel po’ di plastica oltre alle immissioni collegate al trasporto delle bottiglie (peraltro è proprio delle ultime settimane il dibattito nostrano sul tema “plastic free”). 
E tuttavia la moltitudine di offerte, spesso da parte di soggetti non proprio qualificati, la stessa modalità di vendita (tramite questi “imbonitori”) non mi hanno mai incoraggiato nel compiere tale passo.


Poiché riconosco che il poter bere l’acqua del rubinetto darebbe una grande mano all’ambiente, soprattutto in un’isola per cui tutto ciò che non scorre nelle condotte viaggia necessariamente sui traghetti (con ulteriore aumento di costi ed inquinamento), e non una sola volta ma due (perché poi il rifiuto torna sulla terra ferma), e poiché in realtà noi tutti già paghiamo al gestore del servizio idrico l’acqua come potabile, mi pongo la seguente domanda:

ma perché lo stesso gestore non entra, peraltro con suo vantaggio economico, in tale business, offrendo agli utenti kit di depurazione con relativa manutenzione da potersi pagare in bolletta?

Ci sarebbero enormi economie di scala il cui beneficio finale andrebbe al cliente ma, soprattutto, il cliente stesso avrebbe come interlocutore l’unico soggetto che gli porta l’acqua in casa e che è obbligato a portargliela potabile, per cui nel momento in cui qualcosa non andasse e l’acqua non fosse come deve essere non ci sarebbe il problema di discriminare se la causa sia a monte o a valle dell’utenza: se ne occuperebbe comunque il gestore.


Io un impianto “marchiato ASA” lo prenderei subito, così come prenderei un addolcitore. Certo, l’uno esclude l’altro (l’acqua addolcita non si beve), ma lo stesso gestore potrebbe, ad esempio, preoccuparsi di istruire tecnici, idraulici, e quanti altri intervengono a vario titolo e in vari momenti sugli impianti (meglio già in fase di realizzazione) nel progettare e realizzare linee separate, per la cucina e per il resto dell’abitazione.
Insomma, vorrei un gestore 2.0 (come si dice oggi) in grado di interpretare le nuove esigenze e di esserne attore non solo per un servizio migliore ma anche per un territorio migliore.
ESA per esempio, come gestore del ciclo dei rifiuti, lo fa essendo attore principale delle politiche di riduzione dei conferimenti, ad esempio con la fornitura, addirittura gratuita, dei contenitori per fare il compost domestico.


Spero che i nostri amministratori, che su ASA possono incidere tramite l’Autorità di ambito di cui fanno parte, raccolgano questa mia sollecitazione e, quanto meno, ci riflettano un po’.


Renato Corrado de Michieli Vitturi

Contributo di sbarco e sussidiarietà

I recenti dati sulle presenze turistiche del 2018, che vedono l’Elba in calo, in controtendenza rispetto al continente, non fanno che confermare un trend negativo, in termini relativi, già in atto anche negli anni precedenti; la leggera crescita registrata nel 2017 era decisamente inferiore alla media nazionale, per cui non si può, di fronte a tali dati, non mettere in discussione le politiche attuate a livello comprensoriale, in termini di infrastrutture, servizi promozione.

Da qualche anno l’attore principale delle azioni pubbliche in ambito turistico è la GAT (acronimo per Gestione Associata del Turismo, affidata al Comune di Capoliveri) la quale gestisce il cospicuo gettito del contributo di sbarco, il tributo che la legge consente di istituire, nelle Isole minori, in luogo della tassa di soggiorno.

Si tratta di svariati milioni di Euro, la cui destinazione deve avvenire nell’ambito delle previsioni normative. In particolare all’Elba si è scelto di spendere tutto in promozione, con iniziative, a conti fatti, di scarso successo, visti i dati davvero sconfortanti sulle presenze 2017 e 2018.

Forse dunque sarebbe il caso di ripensare sia la destinazione finale che la gestione di tali fondi, e la proposta che pare più coerente con l’approccio che si vuole proporre attraverso il blog e portare avanti con il nascente movimento culturale per un’Elba responsabile, è quella di passare da spesa corrente a spesa per investimenti, andando ad accrescere in modo permanente e significativo il valore del territorio, piuttosto che limitarsi ad iniziative promozionali di limitato orizzonte ed ancor più limitato successo. Ed il modo migliore per affrontare investimenti sul territorio, che incidano sul suo valore non solo ambientale ma anche culturale e socio-economico, è quello di applicare, per quanto possibile, il principio comunitario e costituzionale della sussidiarietà. Sussidiarietà significa definire le politiche, ma anche individuare i soggetti attuatori delle politiche stesse, partendo dal basso, secondo logiche di federalismo e decentramento (sussidiarietà verticale), ma anche secondo logiche di arretramento del pubblico potere verso una espansione dell’iniziativa privata (sussidiarietà orizzontale).

Il pubblico non deve sparire, anzi, deve rafforzare le sue funzioni di indirizzo e di controllo, ma deve limitare il suo ambito di intervento diretto concentrandolo, ad opinione di chi scrive, su quei beni e sui servizi essenziali (acqua, scuola, sanità, trasporto pubblico, ecc…) rispetto ai quali anzi occorre recuperare un ruolo primario.

Ma come applicare la sussidiarietà al contributo di soggiorno? Semplicemente individuando ambiti di investimento in grado di dare attuazione alle previsioni normative, ed affidarne la realizzazione ai soggetti del territorio (Imprese, Enti pubblici e privati, privati cittadini) destinando il contributo ai singoli progetti nella forma del cofinanziamento in conto capitale. In questo modo, con il meccanismo, appunto, del cofinanziamento, l’entità degli investimenti sul territorio crescerebbe in ragione di un effetto moltiplicatore dall’impatto potenzialmente “miracoloso”.

Per fare un facile esempio, vista la misura del gettito degli ultimi anni, pari circa a 3,5 milioni di Euro: immaginiamo, per semplicità, un cofinanziamento al 35%; ebbene potremmo avere, ogni anno, ben 10 milioni di investimenti sul territorio, su progetti che andrebbero ad attuare gli obiettivi definiti di volta in volta. La variazione infatti, nel tempo, degli obiettivi, consentirebbe di circoscriverne i risultati in modo da disporre, con continuità, di nuovi casi di “successo” da sottoporre all’attenzione pubblica per un ritorno promozionale che probabilmente sarebbe più forte di ogni prodotto strettamente pubblicitario. Inoltre il promuovere piccoli investimenti privati consentirebbe alle somme investite di restare sul territorio, andando, con tutta probabilità, a remunerare le imprese locali cui sarebbero affidati i lavori (diversamente dalle spese affrontate dall’ente pubblico, che devono sottostare a rigide regole burocratiche che, molto spesso, vedono le nostre imprese inesorabilmente tagliate fuori).

Alcuni esempi concreti:

  • anno zero – Obiettivo: riduzione degli apporti di reflui nelle condotte fognarie (e conseguentemente negli impianti di trattamento e, infine, in mare). Azioni: realizzazione di impianti domestici di fitodepurazione. Cofinanziamento: 35%. Risultati attesi: 2000 impianti in un anno, con forte impatto sul comparto delle imprese di forniture idrauliche e delle imprese artigiane di impiantistica idraulica.
  • Anno uno – Obiettivo: riduzione dell’approvvigionamento di elettricità dalla rete – Azioni: realizzazione di impianti fotovoltaici domestici; Cofinanziamento: 35%. Risultati attesi: 2000 impianti fotovoltaici, con forte impatto sul comparto delle imprese di forniture elettriche e delle imprese artigiane di impiantistica elettrica.
  • Anno due – obiettivo: riduzione delle emissioni da veicoli motore termico. Azioni: immissione nel parco veicoli delle imprese di veicoli a trazione elettrica. Cofinanziamento: 35%. Risultati attesi: 500 veicoli elettrici immessi nel parco auto delle imprese locali, con forte impatto sul comparto delle concessionarie di veicoli nonché delle ditte di assistenza.

E’ facile intuire come azioni del tipo di quelle sopra esemplificate possano facilmente ottenere l’attenzione di quello che dovrebbe essere il target di riferimento del nostro mercato turistico: un turista che cerca un territorio dall’alto valore naturalistico, di cui i residenti sono in primi custodi e lo dimostrano attraverso investimenti innovativi.

Insomma, si può fare davvero molto anche parlando di contributo di sbarco, per declinare in modo intelligente e responsabile i valori che intendiamo affermare e diffondere, basta crederci e dedicare all’applicazione le adeguate competenza (sulla responsabilità e la competenza ricordiamo uno specifico intervento all’assemblea di lunedì primo aprile).

La c.d. “macchina comunale”. Basta con le soluzioni improvvisate

“Gli attori pubblici […] concentrati sull’incombenza delle attività ordinarie, perdono troppo spesso di vista le finalità più ampie, o la mission stessa delle amministrazioni in cui operano” (dall’e-book “La gestione delle performance in ottica sistemica” di P. Bevilacqua, G. Gioioso, G. Govigli, F. Penati, C. Pinelli, G. Vecchi; FORMEZ 2015).

Ne consegue che l’adozione di strumenti per il raggiungimento degli obiettivi sia istituzionali che politici viene relegata ad azioni estemporanee, adottate con scarsa consapevolezza e conseguentemente poca convinzione sulla loro efficacia, al di fuori da qualunque progettualità e senza alcuna sistematicità.

L’organizzazione di una struttura politico-amministrativa, ed ancor più la sua riorganizzazione (che pertanto modifica assetti che, quanto meno, erano stati metabolizzati dai suoi componenti) esigono l’adozione di strumenti specifici che difficilmente possono essere mutuati da esperienze ordinarie acquisibili in contesti economico-sociali limitati, come quelli di una piccola realtà territoriale di provincia quale la nostra. Occorre necessariamente acquisire consapevolezza sugli strumenti adeguati approntati in realtà analoghe nonché studiati e promossi dalla comunità scientifica (Università e Centri Studi) e dalle comunità di prassi.

La formula chiave è “gestione delle performance”, che include le tecniche di definizione degli obiettivi in funzione di una loro attuazione concreta secondo modalità che consentano una successiva valutazione in termini qualitativi ma anche quantitativi, in modo tale da poter portare, progressivamente, le azioni sia dei politici che della struttura amministrativa, a convergere verso il miglior raggiungimento di quanto stabilito e comunicato ai cittadini/utenti.

Un siffatto sistema non si può tuttavia basare solamente sulla conoscenza degli strumenti a disposizione, ma necessita di una profonda conoscenza della struttura e dei suoi elementi di forza e di debolezza. La c.d. “macchina comunale”, come piace chiamarla ai politici e giornalisti locali, è stata dipinta quasi come un mostro mitologico da domare e soggiogare, mai come un insieme di lavoratori da valorizzare o addirittura coinvolgere nella definizione di una riorganizzazione efficace. Definire l’organizzazione in funzione degli obiettivi da raggiungere consente di affidare in modo adeguato compiti e mansioni, di attivare la necessaria formazione ove occorra, di soddisfare le aspettative di crescita di chi dimostri di voler investire su sé stesso al fine del raggiungimento dell’obiettivo comune.

Una prima risposta alle debolezze specifiche dell’attuale organizzazione, note a tutti, è quella di attivare strumenti che favoriscano la collaborazione tra le diverse diramazioni, individuando una concreta integrazione tra funzioni di line e di staff, ed approntando sistemi di valutazione e quindi di incentivazione che tengano conto della performance non solo individuale ma anche collettiva.

Vivere all’Elba

A tutti è capitato, nell’incontrare persone in occasione di viaggi sul continente, di ascoltare commenti, relativi al fatto di risiedere sull’Elba, del tipo :<Beato te…> o <Che fortuna!> o ancora <Che posto meraviglioso!>; ma subito dopo: <Ma come si vive d’inverno?>, <Ci sono le scuole?>, e così via…

Si possono trarre due considerazioni da questi commenti: da una parte, evidentemente, viene riconosciuto al fatto di vivere all’Elba un valore intrinseco dovuto principalmente ai fattori naturali, ai ritmi di vita, alla presunta salubrità dovuta ad una bassa antropizzazione; dall’altra vengono evidenziati limiti, probabilmente per certi versi anche superiori alla realtà, dovuti alla scarsità dei servizi.

Noi, che all’Elba ci viviamo, non possiamo che confermare sostanzialmente tale impressione, ovviamente con la consapevolezza della realtà dei fatti, che magari può spostare un po’ più su o più giù l’asticella relativa ai diversi fattori, ma la conclusione è proprio quella: all’Elba si vive bene ma si potrebbe vivere molto meglio; abbiamo peculiarità uniche che nessuno può ricostruire altrove ma ci mancano tante cose che invece si possono, con più o meno sforzo, realizzare.

Si tratta di fattori che determinano, nel loro complesso, la qualità della vita delle persone, in primis dei residenti ma anche dei turisti, passando per le molte persone che, pur non risiedendo all’Elba stabilmente, ci lavorano per lunga parte dell’anno se non per anni interi (lavoratori della scuola, lavoratori dei servizi sanitari, lavoratori dei servizi privati come ad esempio le banche, ecc..).

La scommessa dunque per elevare la qualità della vita è cercare di intervenire sui diversi fattori (sintetizzabili in “punti di forza” e “punti di debolezza”) possibilmente con azioni che non determinino un “trade off” (uno sale e l’altro scende) tra di essi ma che anzi renda compatibile la crescita di entrambi.

Abbiamo la fortuna di poter contare su un capitale enorme (quello che le politiche per le Aree interne definiscono il capitale territoriale, concetto che svilupperemo in seguito), il nostro punto di forza, dobbiamo fare in modo non solo di proteggerlo ma anche di valorizzarlo, non però in una direzione qualsiasi, ma nella direzione utile anche a colmare i deficit esistenti in altri ambiti, riducendo i punti di debolezza. Pertanto, ad esempio, la valorizzazione dell’ambiente non deve essere fine a sé stessa ma deve produrre benessere, sia diretto ed immediato che di prospettiva, per la popolazione residente e non. E d’altra parte le azioni dirette a colmare i gap con il resto del mondo, principalmente nell’ambito del lavoro e dei servizi, non devono essere compiute a discapito del patrimonio esistente ma anzi devono essere pensate ed attuate in modo da consentire la sua tutela e la valorizzazione, in una prospettiva “olistica” che, al giorno d’oggi, è imprescindibile (è evidente che non possiamo più fregarcene, come è stato fino a ieri, delle conseguenze negative delle nostra azioni, solo perché esse si manifesteranno lontano nel tempo e nello spazio: per parlare di questioni che ci riguardano da vicino sappiamo, ad esempio, che la plastica in mare non è solo nell’oceano ma abbiamo anche noi la nostra isola di rifiuti proprio tra Tirreno settentrionale e mar Ligure, quindi esattamente sopra l’Isola d’Elba).

I nomi delle liste

Ogni cinque anni, oltre ad affannarsi per trovare i candidati giusti, quelli che portano voti, aggiungere i cosiddetti “portatori d’acqua” (quelli che portano voti senza entrare in lista, magari per promesse di vantaggi futuri), si scatena la fantasia nel cercare il nome più accattivante, quello che resta più impresso, quello che magari aiuta a prendere qualche voto in più. Allora perché non sbizzarrirci tutti in un gioco che, chissà mai, potrebbe portare ad individuare il nome della vera lista del cambiamento?

Commentate indicando il nome che vi sembra possa meglio rappresentare quelli che, secondo voi, dovrebbero essere il ruolo, la filosofia, l’obiettivo di una amministrazione che finalmente faccia l’interesse della comunità, presente e futura.

Per una Portoferraio responsabile

L’appuntamento dello scorso 15 marzo, che ha visto anche l’Elba, con i suoi ragazzi, farsi carico di una presa di coscienza rispetto alle questioni ambientali, può e anzi deve essere occasione per porsi una serie di interrogativi su ciò che ognuno di noi, singolarmente e nei vari contesti in cui è inserito, ha fatto, fa e può fare per salvare il Pianeta ma anche per mantenere un adeguato livello di vivibilità del nostro, più ristretto, territorio.

Tutto passa dalla “buona volontà”. La volontà di capire, innanzi tutto, e quindi la volontà di fare.

La volontà di capire:

Ogni nostra azione comporta delle conseguenze: da quando ci alziamo la mattina a quando andiamo a dormire, ogni nostro gesto non è ininfluente rispetto al contesto in cui viviamo, alle relazioni che intratteniamo, all’ambiente in cui siamo inseriti. E’ indispensabile che ognuno rifletta su questo, affinché sia cosciente dell’importanza delle proprie abitudini, delle proprie scelte.

Non molti giorni fa una rappresentanza di pastori sardi ha visitato la nostra Isola per raccontare la fatica del proprio lavoro e farci comprendere il significato delle proteste che stanno mettendo in atto per difendere una vita, tutt’altro che agevole ed agiata, che tuttavia loro hanno scelto per un benessere che va oltre quello economico, e che ha ripercussioni positive che travalicano i confini delle loro aziende e forse anche della loro Isola.  La “nostra” Sara, la giovane allevatrice che ha scelto Lacona per la propria attività, dopo aver studiato sino al dottorato di ricerca, ci spiega che mantenere la giusta misura del proprio gregge comporta un grande sacrificio: lei ha trenta pecore, che potrebbero essere di più se decidesse di tenere, ad ogni stagione, i nuovi arrivati, ma non lo fa poiché il territorio non reggerebbe un tale carico, salvo passare ad un tipo di allevamento intensivo che però è assolutamente contrario al senso della propria “missione”. Sara h scelto di non vendere alla locale grande distribuzione poiché il suo è un prodotto diverso e solo vendendolo direttamente lei può far capire la differenza al cliente. Il cliente però deve essere disposto a capire. “Lo so che è un lavoro”, afferma Sara rispetto all’impegno di coscienza che richiede a chi compra i suoi prodotti, ma senza questo il significato di quello che fa sarebbe inutile, e cadrebbe ogni speranza di riportare le nostre relazioni, la nostra economia, il nostro mondo, ad una dimensione di sostenibilità.

Non ci sono esempi migliori di questo per rappresentare quanto lo sforzo di capire cosa facciamo, anche semplicemente quando acquistiamo un formaggio, sia fondamentale.

I nostri ragazzi sono cresciuti in un momento difficilissimo della storia poiché stanno venendo al pettine tutti i nodi di uno sviluppo troppo veloce attuato senza alcuna coscienza delle conseguenze: crisi economica mondiale, guerre diffuse, interi continenti che migrano, il pianeta che sembra sull’orlo della catastrofe. Essi hanno una profonda consapevolezza di dove il mondo stia andando ma compete a noi insegnare loro il concetto di responsabilità: l’assoluta importanza di ogni singola loro azione e delle conseguenze di ognuna di esse. Non si può acquistare un oggetto su Amazon senza sapere che esso viaggerà dalla Cina verso l’occidente in navi Cargo che inquinano, ciascuna, quanto milioni di automobili. Non si può fumare una sigaretta senza sapere che, oltre a danneggiare la propria salute e quella di chi ci circonda, il suo filtro impiegherà anni ed anni prima di decomporsi. E’ un lavoro, come dice Sara, molto più semplice non pensarci, alleggeriti dalla convinzione che tanto siamo, ognuno, come una goccia nel mare e niente più… Ma se decidiamo di scendere in piazza, assieme a tutto il mondo, per essere una sola voce, siamo già nella direzione giusta e dobbiamo proseguire.

Il mondo e Portoferraio.

Se da soli possiamo sentirci una goccia nel mare, anche ciò che riguarda la nostra città potrebbe sembrare non necessariamente correlato con le vicende del resto del pianeta. Ma non è così ed è proprio dalla cura che riserviamo al nostro territorio cittadino ed insulare che possiamo misurare l’adeguatezza delle nostre azioni. Ed anzi forse proprio la dimensione insulare, con il mare che racchiude un territorio così ricco ed eterogeneo, può essere un laboratorio in grado di restituire risultati apprezzabili e quindi fiducia e slancio per azioni su scala più vasta.

Abbiamo una fortuna enorme, che è quella di vivere, principalmente, di turismo. Questo ci libera dalla necessità di “consumare” materie prime per trasformarle in qualcosa d’altro, in quanto l’uso del territorio è qualitativamente più elevato quanto più è in grado di preservarlo, perpetuandone la fruibilità.

La domanda di mete culturali e naturali è in continuo aumento. Il turista cerca luoghi in grado di raccontare da dove veniamo, nella speranza di trovare, guardandosi alle spalle, il segreto per poter conservare ancora a lungo la propria esistenza, o comunque quella dei propri figli, della propria comunità, della propria specie. E’ un naturale istinto di conservazione che tuttavia viene vanificato da stili di vita incoerenti che portano all’autodistruzione. Noi abbiamo la fortuna di poter vivere in un luogo ed a ritmi che si discostano da quelli di buona parte dei nostri connazionali e dobbiamo evitare a tutti i costi un’omologazione nociva sia per le nostre vite che per la conservazione del nostro “prodotto” turistico.

L’appuntamento elettorale.

Tra pochi mesi, ormai anzi poche settimane, a Portoferraio si voterà per il rinnovo dell’Amministrazione comunale. Ciò che sta accadendo attorno a noi evidenzia come sia necessario un deciso cambio di rotta: da un periodo di inconsapevolezza occorre passare ad un periodo di responsabilità. Dalla delega in bianco ai nostri rappresentanti occorre passare alla scelta consapevole, al momento del voto, ma poi anche alla costante attenzione successiva, sia in ordine alle proprie azioni di cittadini che in ordine alle politiche attuate dai “governanti”. Un’attenzione non più superficiale (la sterile polemica da bar) ma quanto più consapevole, documentata, ragionata possibile (ognuno, evidentemente, secondo le proprie personali capacità).

Questo significa che non è più il tempo del voto per schieramento o per simpatia, che non è più il tempo del voto a chi ci parla in modo più facile, che non è più il tempo del voto a chi ci pare, semplicemente, una brava persona. Ma non è neanche il tempo del voto a chi garantisce con faciloneria posti di lavoro, sicurezza o strade asfaltate. Dobbiamo diffidare di chi ci tratta da sudditi passivi e chi propina slogan buoni per tutte le stagioni, ma dobbiamo farlo mettendoci del nostro, essendo disponibili ad andare oltre cercando di capire seriamente ed approfonditamente cosa ci viene proposto.

In queste settimane, purtroppo, tutto si sta muovendo invece proprio secondo il vecchio e reiterato copione: nessuno esce allo scoperto con un progetto serio, tutti impegnano le loro energie in incontri più o meno segreti al solo fine di “vincere”. Già, vincere è la parola d’ordine, dove, si badi bene, essa ha un valore strettamente competitivo: si vince nella misura in cui perde l’avversario. Non importa come si vinca, con chi si vinca, basta che non vincano “quegli altri”. E in tutto ciò le “manovre” sono le solite: si cercano gli alleati giusti, si incontrano i poteri forti, ci si ingraziano i portatori di voti, da politicanti della prim’ora.

Se si cerca di elevare il livello, parlando di programma, non solo a livello di proclami ma approfondendo sino alle azioni concrete da mettere in atto (passando per quadri conoscitivi, competenze da attivare, relazioni, strumenti di valutazione delle politiche, ecc…) ci si trova inesorabilmente isolati, dopo essere invitati ad una semplificazione che in realtà altro non è che banalizzazione delle questioni, secondo una prassi ormai sperimentata.

Questo quindi vuole essere un appello alle persone di buona volontà, affinché si ribellino a questo sistema di offuscamento delle coscienze e si assumano, ciascuno nel ruolo che più gli si confà, la responsabilità del futuro della nostra Città, della nostra Isola, del nostro Pianeta, e lo facciano alzando la prospettiva rispetto all’abbassamento di livello cui stiamo assistendo. Una volta, durante le campagne elettorali, si deprecavano i così detti “libri dei sogni”; ebbene oggi siamo all’esatto contrario: siamo talmente abituati a subire che siamo disposti a dare il voto a chi ci fa credere di tapparci un paio di buche per la strada. Salvo verificare, a fine mandato, che non era in grado di fare neanche quello.

Orbene, senza l’illusione di poter cambiare tutto dall’oggi al domani, non rassegnamoci a questo trend e diamo libertà ai nostri sogni, come quello di un Isola plastic free o auto free, ma con la serietà di voler perseguire i sogni con competenza ed applicazione, mettendo le stesse competenza ed applicazione nella quotidianità (allora verranno aggiustate anche le buche nelle strade).

Se non siamo disposti a questo, allora possiamo dare definitivamente per sconfitti non solo la politica ma anche il senso stesso del convivere civilmente in una comunità.