Vivere all’Elba

A tutti è capitato, nell’incontrare persone in occasione di viaggi sul continente, di ascoltare commenti, relativi al fatto di risiedere sull’Elba, del tipo :<Beato te…> o <Che fortuna!> o ancora <Che posto meraviglioso!>; ma subito dopo: <Ma come si vive d’inverno?>, <Ci sono le scuole?>, e così via…

Si possono trarre due considerazioni da questi commenti: da una parte, evidentemente, viene riconosciuto al fatto di vivere all’Elba un valore intrinseco dovuto principalmente ai fattori naturali, ai ritmi di vita, alla presunta salubrità dovuta ad una bassa antropizzazione; dall’altra vengono evidenziati limiti, probabilmente per certi versi anche superiori alla realtà, dovuti alla scarsità dei servizi.

Noi, che all’Elba ci viviamo, non possiamo che confermare sostanzialmente tale impressione, ovviamente con la consapevolezza della realtà dei fatti, che magari può spostare un po’ più su o più giù l’asticella relativa ai diversi fattori, ma la conclusione è proprio quella: all’Elba si vive bene ma si potrebbe vivere molto meglio; abbiamo peculiarità uniche che nessuno può ricostruire altrove ma ci mancano tante cose che invece si possono, con più o meno sforzo, realizzare.

Si tratta di fattori che determinano, nel loro complesso, la qualità della vita delle persone, in primis dei residenti ma anche dei turisti, passando per le molte persone che, pur non risiedendo all’Elba stabilmente, ci lavorano per lunga parte dell’anno se non per anni interi (lavoratori della scuola, lavoratori dei servizi sanitari, lavoratori dei servizi privati come ad esempio le banche, ecc..).

La scommessa dunque per elevare la qualità della vita è cercare di intervenire sui diversi fattori (sintetizzabili in “punti di forza” e “punti di debolezza”) possibilmente con azioni che non determinino un “trade off” (uno sale e l’altro scende) tra di essi ma che anzi renda compatibile la crescita di entrambi.

Abbiamo la fortuna di poter contare su un capitale enorme (quello che le politiche per le Aree interne definiscono il capitale territoriale, concetto che svilupperemo in seguito), il nostro punto di forza, dobbiamo fare in modo non solo di proteggerlo ma anche di valorizzarlo, non però in una direzione qualsiasi, ma nella direzione utile anche a colmare i deficit esistenti in altri ambiti, riducendo i punti di debolezza. Pertanto, ad esempio, la valorizzazione dell’ambiente non deve essere fine a sé stessa ma deve produrre benessere, sia diretto ed immediato che di prospettiva, per la popolazione residente e non. E d’altra parte le azioni dirette a colmare i gap con il resto del mondo, principalmente nell’ambito del lavoro e dei servizi, non devono essere compiute a discapito del patrimonio esistente ma anzi devono essere pensate ed attuate in modo da consentire la sua tutela e la valorizzazione, in una prospettiva “olistica” che, al giorno d’oggi, è imprescindibile (è evidente che non possiamo più fregarcene, come è stato fino a ieri, delle conseguenze negative delle nostra azioni, solo perché esse si manifesteranno lontano nel tempo e nello spazio: per parlare di questioni che ci riguardano da vicino sappiamo, ad esempio, che la plastica in mare non è solo nell’oceano ma abbiamo anche noi la nostra isola di rifiuti proprio tra Tirreno settentrionale e mar Ligure, quindi esattamente sopra l’Isola d’Elba).

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